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Jizhidexiaohailang
IT 20 2022
La matrice nera su nero
Alessandro Mavilio

Ero di ritorno verso casa. Una casa che non posseggo più e che devo dire mi manca.

Mi mancano i suoi spazi, il suo essere alta, luminosa, silenziosa, panoramica, legalmente mia e curata per essere strutturalmente mia…

Ero comunque di ritorno verso questa casa, pur sapendo che non è più mia. E la strada è lunga e parte da molto a valle, forse dal lungomare napoletano. Ma se guardo in direzione della destinazione vedo colline abruzzesi, inizialmente molto docili.

M’incammino e a mano a mano che procedo, il percorso si fa sempre più urbano e metropolitano, prendendo le sembianze di una Tokyo anni Novanta, con vicoletti, cunicoli, sottopassaggi, passaggi promiscui tra proprietà pubbliche e private, corridoi e negozi, forse anche case private altrui.

Camminando mi accorgo di aver fatto questo identico percorso più volte, in altri sogni. Sono praticamente cosciente in questo “sogno lucido” ma per incapacità o genialità – non saprei – non prendo il controllo su nulla e procedo con la naturalezza di sempre e di tutti i sogni.

Mi trovo ora dentro un edificio, forse una sorta di centro commerciale, e mi appoggio per fare pausa su una balaustra di cartongesso bianco, forse per fumare una sigaretta o giochicchiare col cellulare. Ma una ragazza giapponese in divisa quasi da “meido” mi fa notare che lì non posso stare. Poco male, ho fretta di tornare a casa e continuo salendo scale, scale, scale che danno su pianerottoli irregolari ma che si fanno sempre più familiari, fino a prendere sembianze e colori del mio vecchio palazzo “MidoriGaOka”.

Ma qualcosa non torna in sogno. Ho sempre abitato alla 505 (ultimo piano) ma stavolta sono diretto all’appartamento 705, due piani inesistenti più in su… Eppure, dopo il mio quinto piano di sempre, trovo altre rampe di scale, che salgo con circospezione, quasi fossi un ladro. Del resto sono un intruso.

È notte. Mi accorgo che l’ambiente è abitato, sento voci provenire da altre stanze, forse da persone riunite sui terrazzi a godere il fresco dell’estate. E in effetti intravedo donne, figli, ma persone che percepisco come “cattive”.

Ho camminato su gradini e pavimenti disseminati di oggetti, stando accorto a non calpestare nulla e non spostare nulla. Dall’odore e dalla foggia di questi oggetti capisco che i padroni di casa sono comunque persone di gusto fine e di una certa disponibilità economica, tanto dal farmi domandare: perché una famiglia tanto ricca decide di installarsi in un palazzo così… popolare… È ovvio che ci sia in gioco una strategia familiare e occulta di qualche tipo…

Non posso procedere oltre. Potrei essere scoperto e sarebbe difficile spiegare la mia posizione a questa gente. Faccio per tornare sui miei passi e mi accorgo ancora di aver fatto più volte, in sogni passati, questa identica… puntata. Ma stavolta, mentre sto per lasciare questi due piani eterei e inesistenti (il settimo e il sesto) per tornare al quinto (della realtà) una voce maschile mi ferma.

Non ho il coraggio di voltarmi, ascolto cosa ha da dire e non è per nulla minacciosa. Anzi, mi conosce, mi parla come un adulto parlerebbe a un ragazzino, mi chiede informazioni di lavoro, e io stesso mi sento un ragazzino e mi figuro in mente una persona per bene, rispettabile, elegante. La sua voce è effettivamente calma, calda, rassicurante, come quella di qualcuno che ha le mani ben salde sul manubrio della vita. Provo rispetto.

Poi i discorsi cominciano a farsi telepatici, profondi, personali. Mi rendo conto in sogno di stare parlando con un Principio di sorta, probabilmente la mia stessa coscienza. Non è forse in cerca di lei che sono andato in questo sogno?

Dunque, lei mi dice e rivela e ripete cose che già dovrei sapere ma che evidentemente dimentico. Mi mostra persone, luoghi e oggetti che sono apparsi in questo sogno e me li spiega, raccoglie, finché spazio e tempo di questo sogno non si compattano in un unico luogo nero e monodimensionale e a fortissima velocità, come assistendo a una pellicola di film proiettata davanti ai miei occhi, appaiono uno dopo l’altro tutti i possibili concetti, icone, loghi, forme, oggetti possibili alla mente. Ho poche frazioni di secondo per vederli, riconoscerli, capirli, dedurne le implicazioni, i ricordi personali, le possibilità future di ciascuno. Sono tutti diversi tra loro e sono visibili pur essendo neri su sfondo nero e compaiono uno sopra l’altro.

Il ritmo di questa strana proiezione è concitato e qualcosa del genere sarebbe impossibile perfino da immaginare nella vita da sveglio. Eppure tutto ciò è vivo davanti a me e minaccia di continuare all’infinito, finché non mi appare evidente che questa “animazione di mille oggetti” non è altro che l’immagine di un'unica creatura viva e attivissima, l’archetipo di ogni cosa immaginabile, la fonte di ogni esperienza, la matrice di tutto - resami visibile.

È con lei che abbiamo dunque a che fare, sempre. Non esistono cose, argomenti, discorsi separati.

Qualunque cosa possiamo immaginare o incontrare non è altro che una forma, un’ombra, di questa creatura…

Io l’ho vista. Anzi rivista.

È un pro-genitore di qualche tipo.